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Sarò io, il tuo mostro tascabile – storie Pokémon vere dai file del Dottor Hypno

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Sarò io, il tuo mostro tascabile - storie Pokémon vere dai file del Dottor Hypno 1

Era una giornata piovosa di un Halloween lontano. Un gruppo di appassionati di Pokémon, conosciutisi per puro caso sul web, si riunirono davanti ad un falò per raccontarsi delle storie.

Il fuoco scintillavascoppiettando faceva da metronomo ai racconti di tutti i presenti. Curry, salsicce, tante risate. Poi prese la parola il primo, senza particolari motivazioni. Cominciò, così, la notte più lunga della loro vita.

Ecco tre documenti ufficiali direttamente dagli archivi del Dottor Hypno dell’istituto di sanità mentale di Smeraldopoli. Tre storie che hanno sconvolto gli esperti, tratte ovviamente da fatti realmente accaduti.

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Alex. File 002.

Conosco la storia di un ragazzo, uno come tanti, che nella vita non ha mai avuto molti amici, se non una raccolta di giochi Pokémon, dove quello che aveva un posto speciale era Pokémon Diamante. Era stranamente attratto dai poteri di Dialga, il controllo del tempo, la possibilità di essere superiori alle leggi umane..ma giocandolo, ciò che più ha desiderato era Darkrai. Questo pokémon ha sempre avuto una sorta di ascendente su di lui, lo chiamava, la sua forma ed il suo essere gli dicevano sempre più che doveva essere suo. Purtroppo però si è ritrovato a giocare Diamante dopo anni dalla consegna delle Carte Soci.

Si chiedeva come fare, ma poi ebbe l’intuizione: l’action replay! Non era un asso con certe cose, provava e riprovava ma niente. All’ultimo tentativo, dopo aver preparato il tutto spense la console, quasi sconsolato, ma di colpo andò via la luce. Una strana coincidenza, non c’è che dire, perciò si alzò dal letto per riaccenderla. Tornando verso il letto però notò qualcosa sporgere da sotto il cuscino, un foglietto o qualcosa del genere, con una scritta: “Carta Socio”.

Un brivido gli corse dietro la schiena. Stranito, buttò via la carta, ripose lontano da me la console ed andò a dormire. Durante il sonno però, sentì una voce sussurrargli

“Prima mi hai chiamato e poi mi rifiuti?”

E di lì un incubo terribile pervase la sua mente. Si svegliò di soprassalto, sudato, e vide un’ombra ai piedi del letto. Fece per urlare quando ancora quella voce nella testa tuonò:

Fermati. Io, Darkrai, ti ho scelto per essere mio allenatore, ma sappi che non accetterò rifiuti”.

Rimase immobile a guardarlo, e pian piano la paura diventò felicità, gioia. Vide davanti a sé nuove possibilità, sentì un potere enorme scorrere tra le mani. Lui e Darkrai sarebbero stati amici, compagni, e chissà, avrebbero potuto fare grandi cose insieme. Urlò, di gusto, e vennero dalla bocca delle risate sonore e sfrenate.
Il ragazzo scappò di casa, e di lui non si seppe più nulla… C’è chi dice sia tornato, che i genitori tengano nascosta al mondo la sua follia, e chissà, potrebbe essere anche qui tra noi ora.

Svallo. File 003.

Il mio videogioco Pokémon preferito sarà per sempre Pokémon Smeraldo! È il primo con cui ho iniziato e quello che mi sta più a cuore. Ricordo ancora che da piccolo non stavo nella pelle per iniziarlo. Amavo il trio dei leggendari, la Regione di Hoenn, gli starter, ma più di tutti amavo lui, il Pokémon che veniva dallo spazio, Deoxys. Non ho mai capito perché ero così attratto da lui, mi incuteva timore, ma allo stesso tempo mi incuriosiva, come tutte le cose di cui si ha un po’ paura.

Anche tutte le storie che giravano intorno alla sua cattura mi generavano tanta curiosità quanto paura, erano vere? O seguendole mi sarei trovato davanti a qualcosa che non volevo vedere? Con tutta la cocciutaggine tipica dei bambini però, le provavo tutte per far partire quel razzo, dare inizio all’evento e raggiungere quell’isola misteriosa di cui tanto si parlava in giro per incontrarlo! Tutte le sere, ben nascosto sotto le coperte, giocavo per ore, con la speranza di poterlo finalmente incontrare, finché è successo davvero! Ma non come pensate.

Nel buio della mia camera, l’unica fonte di luce era solo lo schermo del GameBoy Advance. Quella piccola luce, nascosta sotto le coperte, non offriva una gran vista dell’ambiente circostante, quidni non mi permetteva di vedere cosa ci fosse intorno a me. Ma quella sera non mi serviva la vista per capire che quella camera era diversa dal solito. Iniziai a percepire dei movimenti rapidissimi, delle ombre che sembravano prendersi gioco di me.

Ogni tanto sentivo qualche oggetto venir colpito e qualcosa scricchiolare, iniziai ad aver seriamente paura e staccai gli occhi dallo schermo della mia console nel bel mezzo di una lotta per capire cosa succedesse. A primo impatto, tutto sembrava perfettamente tranquillo, tanto da farmi pensare che forse ero stanco ed era tutto frutto della mia immaginazione, ma il sollievo durò poco.

Un fascio di luce fortissimo inondò la mia stanza attraverso la finestra, mostrando davanti al mio letto tre figure dall’aspetto umanoide, con piccoli occhi illuminati di colore rosso che mi fissavano. Non ebbi il tempo di proferire parola che uno di essi con uno scatto repentino si portò vicino a me, bloccandomi con non so cosa e portando il suo viso a pochi millimetri dal mio. Non riuscivo a capire cosa fosse, c’erano solo i suoi occhi rossi davanti a me che non mi permettevano di vedere altro. Poi buio totale.

Mi svegliai in quello che evidentemente non era più il mio letto. Era una sorta di tavolo freddo, bianco, posto in una stanza altrettanto fredda e bianca. Non c’era nulla intorno a me tranne una finestra a forma di cerchio che mi apprestai a raggiunger per capire dov’ero. Non riuscivo a capire bene, tutto ciò che vedevo era una porzione della mia stanza, vedevo il mio letto vuoto, il mio GBA sul letto, ma non capivo dove fossi realmente.

Mi giro sconsolato e mi ritrovo loro, non uno ma ben 3 Deoxys che mi fissavano coi loro sguardi gelidi, senza emozione. Non riuscivo a muovere un muscolo, ero paralizzato mentre mi guardavano senza dire nulla. Poi una fitta alla tempia e delle parole che mi rimbombavano sempre più forti in testa.

‘’Ti abbiamo catturato’’ ‘’Ti abbiamo catturato’’ ‘’Ti abbiamo catturato’’

In quel momento realizzai tutto…ero in una Pokéball! Con in testa ancora quella frase che rimbombava in loop cercai di darmi una scossa e mi riportai di nuovo vicino la finestra, colpendola con pugni e calci, per azionare un qualche meccanismo che mi facesse uscire. Urlavo di disperazione mentre i tre esseri umanoidi mi guardavano imperterriti. Al culmine della disperazione un ultimo fascio di luce mi inondò e un altro volto si presentò a pochi millimetri dalla mia faccia!

Era quello di mia madre che mi aveva sentito e aveva scoperto la mia attività illecita notturna con il GBA. Allo spavento iniziale seguì finalmente un sospiro di sollievo, era tutto un sogno, ero sveglio. Ma, per punizione, avevo perso la possibilità di giocare a Pokémon per una settimana.

Matt. File 001.

Ho sempre nutrito molta curiosità sul meccanismo delle Pokéball. Sapete? Una palla meccanica che si ingrandisce e rimpicciolisce senza rompersi, che ha la capacità di dematerializzare degli esseri viventi. È un concetto così postmoderno che quasi ho i brividi a parlarne.
Sì, sono davvero fissato con le Pokéball. Sono belle.
Molto belle.
Sferiche, lucide, di vari colori.

Comunque, sin dal primo momento che ho visto questo stupendo marchingegno funzionare sullo schermo della tv, ne sono rimasto affascinato. Fu amore a prima vista e volevo provare a ricrearlo, dargli forma nel mondo reale. Immaginate la comodità: ogni cosa, di qualsiasi dimensione e peso, sarebbe disponibile a portata di mano, in qualunque momento.
Poesia.

Parcheggio? Non c’è problema, arrivo a lavoro, metto la macchina nella Pokéball, e si va.
Libri pesanti per la scuola? Pokéball.
La ragazza ti lascia senza darti spiegazioni? Basta un raggio laser che la dematerializza e… È fatta, sarà sempre con te. Tutto e tutti sarebbero alla portata della mia tasca, oggi e per sempre. Certo, è un concetto astratto.
Mi riferisco al “per sempre”. Cosa dura per sempre? Quanto tempo abbiamo a disposizione con i nostri cari? Perché ogni cosa si dice che sia destinata a finire?
Tutte le cose belle prima o poi finiscono, diceva mia madre. La vita, l’amore, la felicità. Tutte le cose belle, ed anche lei.

Ma ok, questa è una storia spaventosa sui Pokémon, non voglio ammorbarvi… Dicevo, sì, le Pokéball sono bellissime. Tonde, belle, luccicanti… ok beh, bellissime.
Avevo poco più di quindici anni ed io e la mia famiglia stavamo traslocando. Era il terzo trasloco in pochi anni, quindi con ingenuità iniziai a lavorare al mio “Progetto Pokéball”, ovviamente in gran segreto.
La notte avevo un incubo ricorrente – sognavo Darkrai, assurdo, forse giocavo tropppo al GameBoy – e quindi ottimizzavo lo sviluppo del concept sfruttando al massimo la mia insonnia.

Da dove potevo partire per costruire una Pokéball? Beh, la risposta è più ovvia di quel che sembra.
Rubai delle lastre d’alluminio sottili dall’officina di mio padre, qualche strumento e mi misi all’opera. Era un periodo difficile, mi serviva staccare la spina.
Ero da poco stato mollato; per l’ennesima volta e per il solito “problema” della possessività.
Però dai, lo sapete, no? Io possessivo? Io geloso?!
Follia.
Pura follia.
Il fatto è che il semplice star in coppia mi fa sentire soffocare, mi fa mancare il fiato.
E poi, quei sogni… Così reali da non farmi dormire.

“Ho scelto te, ho scelto te”. La mia vita stava cambiando, non in meglio. Come migliorarla? Costruiamo una Pokéball.
E quindi la notte ragionavo, rimuginavo, disegnavo e, dopo tante ore di sonno buttate al vento, iniziai a costruire.
Costruii una palla dal diametro di un metro. Era una misura frutto di tanto pensare.
In un metro di diametro c’entravano: circa cinque chili di vestiti; il mio gatto; quasi tutti i miei manga; i libri di scuola.

Ero sicuro che sarebbe stato qualcosa che avrebbe reso eterno ogni momento. In fondo, se ci pensiamo bene, i Pokémon muoiono di vecchiaia? No, i Pokémon sono l’unica cosa bella che non muore mai. Le Pokéball, quindi, portate nella nostra realtà, avrebbero reso tutto eterno.
In un metro di diametro c’entravano tutti i miei sogni, ed in quel periodo io sognavo l’eternità. Volevo vita eterna, gloria eterna, eterna ricchezza.
Amore. Affetto. Passione.

Tutte cose che non potevo avere, senza una Pokéball.
Ultimato il mio progetto, quindi, decisi di provarlo sulle persone. Catturai dei piccioni, attirandoli con una trappola. Funzionò anche con dei topi, ma l’espediente dell’esca non ebbe alcun effetto sui bimbi dell’oratorio.
Con loro, così giovani e pieni di sogni da realizzare, dovetti usare la testa.
Li convinsi ad entrare nella mia sfera d’alluminio e piena di ogni confort. C’entravano, in due.
Mi chiesi come facevano a divertirsi in quel gomitolo affilato di incertezza; stavano sereni in quella mia creazione, col sorriso sulla faccia. Ed io?
Dov’era il mio sorriso.
Chi me l’aveva portato via?

Li guardavo ed il battito del mio cuore aumentava di secondo in secondo. Iniziai a sudare: avevo l’irrefrenabile voglia di chiudere il lucchetto e provare a far partire il meccanismo restringente.
Ansia, paura, entusiasmo, grinta.
Il mio corpo era un mix d’emozioni diverse.
L’indecisione scomparì quando vibrò il cellulare. Era lei, colei che mi aveva rubato ogni sogno e che si era portata via il mio benessere interiore. Dovevo perfezionare la mia creazione, per portarla sempre con me. Chiusi la sicura, i bambini iniziarono ad urlare. Ineluttabile, iniziai a far girare gli ingranaggi.

La Pokéball si iniziava a restringere. Il meccanismo era semplice: la palla era composta da vari spicchi che, allo sganciare di una sicura, scivolavano concentriche verso il centro seguendo delle guide.
Non lo avevo mai provato sulle persone, sembravano soffire. Sembrava far male.
Che prezzo aveva la mia felicità?
Le urla attirarono il parroco, che fermò il meccanismo e mi spinse via dalla mia creatura.

“Sei un folle, cosa stai facendo…?”

Stavo realizzando i miei sogni, ma venni cacciato dal cortile dell’oratorio. Si portò la Pokéball in chiesa, si chiuse dentro per provare a liberare quei poveretti.
Ma io avevo ricevuto un messaggio: “Dobbiamo vederci, devo ridarti una cosa”.
Don Salvo stette un paio d’ore dentro con la mia Pokéball. Quando uscì non vidi i bambini con lui, forse erano usciti senza che me ne accorgessi.

“Ti ridò questa diavoleria, ma non portarla mai più qui… Oggi, io e te, non ci siamo incontrati”

 

Avevo riavuto il mio gioiellino e finalmente avrei potuto utilizzarlo per realizzare il mio sogno d’eternità: Berenice sarebbe stata mia per sempre, e questa volta non mi avrebbe fermato nessuno.
Arrivai dunque all’appuntamento, ma con lei non bastò un semplice gioco mentale. Mi aveva riportato la mia copia impolverata di Pokémon Cristallo – tra l’altro non più funzionante.
Usai la forza, l’ammetto, ma non fu per possessività.
La chiusi dentro la Pokéball, avviai il marchingegno. Le sue urla erano musica angelica per le mie orecchie.
Non avevo più paura.
Nel buio, vidi la luce.

Nel dolore di Berenice, c’erano realizzati i miei sogni.
La Pokéball si restrinse fino a diventare una sfera adatta alle mie tasche, ma intorno a me c’era solo sangue.
Le urla, però, attirarono mia madre, che era venuta a prendermi per riportarmi a casa.

“Matteo, cosa è successo qui…?”

Glielo mostrai. Si avvicinò impaurita, io riaprii la Pokéball ancora sporca:

“Mamma, guarda qui.”

Si chinò, mettendo il capo nella mia sfera, attratta dal mio sorriso di figlio.

“Scelgo te, mamma. Ho scelto te”

Gli incubi non ce li ho più, da quel giorno.
L’insonnia è sparita.
Soffoco, però.
Ogni giorno.
Soffoco.
Chiuso.
Nella mia bolla.

Ora devo andare; i dottori mi hanno scoperto di nuovo fuori dal mio box. Spero che le mie storie vi accompagnino per sempre. Ovunque andiate. Io, sarò il vostro mostro tascabile.

Fan di Pokémon sin dai suoi primissimi anni di vita, pensa che sarebbe utile un corso di laurea su come redigere biografie sul proprio profilo utente. Musicista, giornalista, social media manager, ci prova per lo meno. Da due anni è la faccia barbuta che si cela dietro Pokéuomo.

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